Sanremo 2026: le pagelle di uRadio per i testi dei cantanti in gara (terza parte)

Tornano le pagelle uRadiane di questa 76esima edizione del festival, sappiamo che le stavate aspettando, siete prontə?

Foto: TV sorrisi e canzoni

“NATURALE” – LEO GASSMAN

Quando ho letto il titolo della canzone, “Naturale”, ho immaginato due direzioni possibili: da un lato qualcosa di introspettivo, ciò che potrebbe essere “Naturale” per il cuore; dall’altro qualcosa di totalmente opposto, di una canzone fresca dai toni estivi. Saranno le scelte musicali intraprese dal giovane cantautore a dirci quale strada abbia deciso di percorrere. Non ci resta che scoprirlo.
Alla sua terza partecipazione al Festival di Sanremo, Leo Gassmann porta sul palco un brano che sembra intrecciare una nostalgia e una speranza “Naturale”. Sono le emozioni che esplodono quando una storia, QUELLA storia, finisce. 
L’amore autentico in cui abbiamo imparato a conoscerci a vicenda, ad amarci visceralmente, come se non ci fosse un domani, a rifletterci nell’altro fino a scoprire parti di noi che non sapevamo di avere. È impossibile non pensare alla prima storia d’amore importante di ognuno di noi. Quella storia vissuta che sembrava un sogno, ma che ci ha fatto poi soffrire così tanto, dove involontariamente ci si è fatti del male a vicenda. 
Leo Gassmann sembra dare voce proprio a quell’interiorità che tutti conosciamo: i ripensamenti, i “se” e i “ma”, le domande su ciò che è stato e su ciò che avrebbe potuto essere. Ci diciamo che forse doveva andare così… oppure no. Quindi, intanto, al contempo, si nutre una speranza silenziosa: quella di rincontrarsi un giorno, più maturi, più consapevoli, essendo stato quello non un addio, ma un arrivederci. Chissà.
Dunque, non ci resta che attendere l’ascolto in diretta di questo “grido d’amore”, come lo ha definito lo stesso Gassmann. Noi di URadio siamo pronti ad emozionarci.

Voto: 8

Giada Cacciacarne


“SEI TU” – LEVANTE

Avete presente quando si dice “ho le farfalle nello stomaco”? Ecco, Levante questo modo di dire lo snobba totalmente e ci racconta, a modo suo, l’amore nella sua connotazione piú fisica. Levante si dimostra capace di portare sempre l’autenticità della vita sul palco di Sanremo.
“E mi manca il respiro/ Eppure sono viva /Sento che sorrido/ E io non l’ho deciso. / La vista mi abbandona un po’./ Cerco la mia postura/ Divento la paura/ Mi trema anche la gola/ La voce non mi trova/ Le mani ora mi ingannano.”
Sembra un attacco di panico vero? E invece no, è proprio l’amore, nella sua versione piú cruda e meno edulcorata. Che brutto affare…(O forse no)

Voto: 8

Vittoria Calabrese


“LABIRINTO” – LUCHE’

“Non dormirò più tra le braccia tue/In questo labirinto siamo in due”
Questo è un estratto della storia che racconterà Luchè sul palco dell’Ariston tra pochi giorni. 
Una storia che non solo viene raccontata, ma viene attraversata, vissuta e trasmessa anche solo sentendola. 
Un testo non propriamente complicato, ma non ce n’è bisogno per raccontare una storia vera e sincera.
Sarebbero troppe le frasi simbolo da inserire, e sarebbero anche snaturate dato che ogni parola ha un incastro perfetto all’interno della storia. 
Scrivere qualcosa su un testo senza averlo ascoltato è come leggere un libro di una saga per poi vedere il film al cinema. 
Non sono un fan accanito di Luchè, anzi lo ascolto anche poco, ma sono curioso di sentire e immaginare come racconterà questa storia, per capire se quel labirinto sarà effettivamente come lo sto immaginando nella mia testa in questo momento. 

Voto: 7,5

Niccoló Bellaccini


“ORA E PER SEMPRE” – RAF

Cosa resterà degli anni ’80? Nel 2026 Raf c’è!
Al 76° Festival, l’artista pugliese torna con una ballata che è insieme confessione e bilancio di vita. Ora e per sempre racconta un amore attraversato dal tempo, visto dall’alto di chi può finalmente abbracciarne tutta la traiettoria.
Il tempo, da antagonista, si trasforma in alleato: segna la pelle, consuma le pagine, ma rende l’amore più vero.
Il ritornello — solenne ma caldo — non suona come una promessa adolescenziale, bensì come una constatazione adulta: restare è stata una scelta ripetuta ogni giorno.
Mi aspetto una ballata classica, intensa, costruita per valorizzare la sua voce e la sua esperienza.
Spero non sia l’ennesimo tentativo nostalgico di un grande nome del passato che torna a Sanremo senza riuscire a essere davvero al passo coi tempi. Se saprà unire la sua prospettiva al suono e alla sensibilità di oggi, però, potrebbe evitare il cliché del ritorno-fotocopia e trasformare l’esperienza in un punto di forza.

Voto: 6 e mezzo

Alice Muti Pizzetti


“LE COSE CHE NON SAI DI ME” – MARA SATTEI

Il brano che Mara Sattei porta al Festival racconta un amore intimo e autentico, fatto di dettagli quotidiani e verità non dette. In Le cose che non sai di me non ci sono dichiarazioni eclatanti, ma una confessione delicata: l’altro diventa rifugio, equilibrio, cura del “disordine” interiore.
È una ballata che punta sulla vulnerabilità più che sull’effetto scenico, trasformando le piccole cose in emozioni universali. Vediamo se verrà apprezzo o meno dal pubblico!

Voto: 8

Bianca Frezzotti


“LA FELICITA’ E BASTA” – MARIA ANTONIETTA E COLOMBRE

Quest’anno gioco in casa, nessuna recensione che mi possa valere minacce da fanbase online – Fred De Palma non ti temo – ma artisti che conosco bene e che in questi anni ho avuto modo di apprezzare e veder crescere musicalmente. 
Maria Antonietta e Colombre sono sono una di quelle coppie artistiche che non hanno bisogno di alzare la voce per farsi ascoltare, con una musica fatta di quotidianità ed ironia, silenzio e malinconia. “La felicità e basta” non è un inno, non è una dichiarazione generazionale, non è una frase da maglietta ma un modo consapevole di presentarla come diritto fondamentale. 
Letizia Cesarini e Giovanni Imparato, veri nomi degli artisti, ci portano un testo fatto di semplicità, che non va però confusa con la superficialità. Ci parlano del diritto alla felicità senza gare, senza rincorse verso obiettivi irraggiungibili, ma con la determinazione quieta di chi ha capito che <<…Se siamo vivi meritiamo di essere felici>>.
In questo senso sembrano parlare in modo chiaro: La loro felicità non è rumorosa, non è spettacolare. È una scelta consapevole e necessaria.
Perché, in fondo, la felicità non è un premio, è un atto e ascoltarla all’Ariston, su quel palco abituato ai proclami, sarà il modo più semplice per ricordarcelo.

Voto: 9

Carmine Calabrese


“PRIMA O POI” – MICHELE BRAVI

Ci sono canzoni che arrivano nel momento in cui ne hai più bisogno. Il brano che Michele Bravi porta a Sanremo è una di quelle: una ballad che racconta la fine di un amore senza filtri, dentro la fragilità quotidiana.
Non c’è rabbia nel testo, ma una malinconia lucida, quasi autoironica. Il “bicchiere mezzo pieno” solo perché è stata bevuta una bottiglia intera è l’immagine perfetta di chi prova a convincersi che va tutto bene, mentre in realtà sta ancora facendo i conti con l’assenza. Si scorre all’infinito la galleria del telefono, si ride da soli, ci si dà dello“scemo”, ma in fondo si continua a sperare.
Le immagini della casa in disordine, dei piatti accumulati, del disco di Lucio Battisti lasciato a terra costruiscono un paesaggio emotivo concreto: quando una relazione finisce, non si svuota solo il cuore, ma anche gli spazi. La musica, invece di consolare, amplifica il ricordo.
Il verso “a forza di chiamarti amore” è tra i più potenti: racconta quanto, dopo tanto tempo insieme, i sentimenti possano diventare identità. E quando tutto si interrompe, resta la fatica di ridefinire le cose, e sé stessi.
“Prima o poi smetterai” è il ritornello che suona come una promessa sospesa. Non è chiaro chi debba smettere (l’altro di mancare o noi di soffrire ) ed è proprio questa ambiguità a rendere il brano universale.
Una canzone intima, contemporanea, che sceglie di restare nella vulnerabilità. Ed è lì, forse, che colpisce più forte.

Voto: 8,5

Amelie Tacchinardi


“PRIMA CHE” – NAYT

Il brano che Nayt porta a Sanremo è un flusso di coscienza che scava nell’identità prima ancora che nell’amore. 
Non racconta una storia lineare: mette in fila“prime volte”, delusioni, amicizie perse, paure, come se stesse cercando di capire dove tutto è cominciato. 
L’elenco iniziale:  “prima della prima donna, prima della prima droga, prima del mio vero amico”, sembra una corsa all’indietro. È il tentativo di tornare a un punto zero, prima delle aspettative, prima dei fallimenti, prima delle etichette. 
La domanda che resta sospesa è semplice e gigantesca:“Io chi sono, chi sei te?”.
Il cuore del pezzo è tutto nel ritornello:“Finché sai cosa prendi non lo sai cosa perdi”
È una frase che colpisce perché parla di scelte fatte quasi in automatico, senza renderci conto del prezzo emotivo. La realtà, dice Nayt, “non si vede finché io non ti vedo”. È uno sguardo che costruisce identità: esistiamo davvero quando qualcuno ci riconosce. Quando ci vede.
Mi colpisce molto anche la parte sui social, sui post e sui like. È una critica lucida alla tentazione di misurarsi attraverso lo sguardo degli altri. “Prima che tu dia potere agli altri su quello che fai” è un invito a fermarsi, a non delegare il proprio valore all’approvazione esterna.
E quell’ultimo“Come vorrei che tu vedessi me” suona come una richiesta disarmante: non di essere salvato, ma di essere riconosciuto. In fondo, il brano parla proprio di questo. Prima di tutto, prima di tutti: il bisogno di essere visti davvero.

Voto: 9

Amelie Tacchinardi

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