Ho pensato a come dare il mio contributo al grande racconto sulle donne fatto dalle mie colleghe e dai miei colleghi di uRadio. Arrivare per ultimo non aiuta mai, lascia la sensazione che tutto sia già stato detto, scritto e raccontato.
Pensandoci meglio, però, questo arrivare ultimo mi ha lasciato qualcosa di fondamentale: uno spazio d’ascolto.
Ho letto storie di donne incredibili che non conoscevo prima. Questo mi ha spinto ad interrogarmi su quanto poco conoscessi di un mondo così vasto, di quanti racconti stessi perdendo, nascosti nelle pieghe della narrativa dominante.
E così, mentre provavo a dare ordine ai miei pensieri, sono incappato in una storia che ha attirato la mia attenzione come il fuoco fa alle falene: la storia di Alice Walker e del filo rosso che la lega a Zora Neale Hurston.
L’Harlem Renaissance e la scomparsa di Zora Neale Hurston
Ma mettiamo un po’ di ordine. Facciamo un passo indietro, fino allo sbocciare della Harlem Renaissance. Ci troviamo negli anni Venti del Novecento, più precisamente ad Harlem, storico quartiere di New York, ed è proprio qui che si svilupperà questo movimento destinato ad essere un punto di svolta fondamentale all’interno della cultura afroamericana.
L’Harlem Renaissance non è solo un momento artistico, ma una vera e propria frattura. Una soglia. È il punto in cui la comunità afroamericana, dopo secoli di oppressione, inizia a riscrivere se stessa attraverso la parola, la musica, e l’immagine.
Non si tratta semplicemente di “fioritura culturale”. È una presa di parola, un riappropriarsi dell’orgoglio culturale che per tanto tempo era stato negato.
In questo spazio risalta la figura di Zora Neale Hurston.

Il suo lavoro antropologico e narrativo si muove su un confine instabile: non è mai solo documento, non è mai solo finzione. Nelle sue opere la scrittrice statunitense cerca quella che potremmo chiamare una verità essenziale, più che puramente fattuale. Non le interessa semplificare: le interessa raccontare la voce del Sud. Questo è particolarmente evidente nel romanzo I loro occhi guardavano Dio, dove la Hurston costruisce una lingua che nasce dall’oralità, dai ritmi e dalle inflessioni delle comunità afroamericane, dando dignità narrativa a un modo di parlare e di esistere che per lungo tempo era stato marginalizzato o stereotipato.
Eppure questa scelta ha un costo. Ancora una volta, il problema è la libertà.
Controversa da un lato, e dall’altro troppo poco funzionale ad una narrazione più compatta, la Hurston cadde in miseria. Morirà nel 1960, povera ed in gran parte dimenticata.
La sua opera sembrerà scivolare, con lei, nell’ombra.
Archeologia di una voce che ritorna
Spostiamoci ora negli anni Settanta, dove Alice Walker compirà un gesto che non è solo letterario, ma, in un certo senso, anche archeologico. Va alla ricerca di Zora Neale Hurston. E lo fa letteralmente.

Inizia la ricerca del luogo di sepoltura della Hurston. Ne ritrova la tomba anonima e la segna con una lapide su cui scrive: “Un genio del Sud”. Qui accade qualcosa di decisivo.
Quella frase non è solo un omaggio. È una riscrittura della memoria.
La Walker riporta al mondo una voce che era stata chiusa. E in questo gesto c’è qualcosa che riguarda anche la Harlem Renaissance: il tentativo di mettere in luce ciò che per tanto tempo non lo è stato.
La Hurston, in fondo, è sempre stata legata al Sud. Non solo geograficamente, ma come spazio simbolico. Il Sud come luogo di memoria, di oralità, di contraddizione. Non un Sud idealizzato, ma un Sud vivo, pieno di tensioni, di dolore e di trasformazioni.
Alice Walker riconosce tutto questo. E lavora per restituirne il valore.
Ma la sua importanza non si esaurisce in questo gesto. Non riscopre soltando la Hurston ma costruisce uno spazio in cui quella voce e quelle di tante altre possano continuare a vivere.
Rompere le invisibilità: il lavoro di Alice Walker
La Walker porta avanti una scrittura che mette al centro le donne nere, le loro esperienze, i loro corpi, e la loro lingua. Introduce e diffonde il concetto di womanism, una prospettiva che amplia il femminismo includendo le specificità culturali, storiche e sociali delle donne afroamericane.
Il suo contributo è fondamentale perché rompe una doppia invisibilità: quella prodotta dal razzismo e quella prodotta dal sessismo. E lo fa non solo raccontando, ma anche creando continuità. Rifiuta l’idea che le storie possano andare perdute senza conseguenze.
Ne Il colore viola, come nel resto della sua opera, torna quella stessa attenzione alla voce, al corpo delle donne, dando ulteriore importanza alla lingua non standardizzata. Esplora temi come il razzismo, il dominio patriarcale e la liberazione individuale. Nel suo lavoro si dedica al recupero delle voci delle donne afroamericane lasciate scivolare via dalla storia.
E lo fa con consapevolezza. Mostra come queste voci, se non custodite, possano scomparire .
Se la Harlem Renaissance è stata una presa di parola, allora Alice Walker ci ricorda che ogni parola può essere dimenticata. E allora il punto non è più solo raccontare.
È non perdere.
Forse è qui che possiamo stare anche noi. Forse è questo che ci restituisce il lavoro della Walker, la storia della Hurston.
Tocca posizionarci al centro di questa linea fragile tra la conquista e la perdita. Per ogni voce che rischia di sparire, abbiamo bisogno di porne un’altra che la riporti indietro, ed è proprio in questa tensione che possiamo provare a ricostruire il futuro.
Per fare in modo che nessuna voce venga più dimenticata.
Carmine Calabrese
